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mercoledì 24 luglio 2019

4807. Made in Italy. Made to kill


Mine anticarro. Mine antiuomo. Quelle a pressione esplodono quando vengono calpestate: lo scoppio dilania il piede e parte della gamba, ma se la carica è molto elevata può provocare danni anche al di sopra del ginocchio, alle natiche, ai genitali, e generare fratture ossee multiple ed esposte. Le mine “a frammentazione”, invece, uccidono all’istante chi le calpesta e provocano ferite su tutto il corpo a chi si trova vicino all’esplosione. «Le più difficili da scovare sono quelle cinesi, perché hanno basso contenuto di metallo. In questa zona ci sono 18 tipi di mine. E dieci sono italiane». VS 50 , TS 50, VAR 40. «Ma la più terribile è la V 69, la Valmara». A guardarla lì sdraiata nell’erba pare un giocattolo, un barattolo con le antenne. La leggenda narra che sia stata chiamata così in “onore” di una donna che voleva vendicarsi di una rivale. «Non so se sia vero ma sicuramente è più pericolosa di uno scorpione o di un serpente». Tradotto, la Valmara è una delle mine più diffuse al mondo che colpisce fino a 50 metri di distanza. «È made in Italy, made to kill».

giovedì 16 febbraio 2017

3974. Andiamo a bombardare!


Il Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa sancisce, secondo questo articolo, almeno la riscrittura dell'articolo 52 e 11 della Costituzione. In pratica la Difesa potrà intervenire laddove gli interessi vitali del Paese saranno minacciati, così come sarà garantito il contributo alla difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e al mantenimento della stabilità nelle aree incidenti sul Mare Mediterraneo. Potrà inoltre impegnarsi nella gestione delle crisi al di fuori delle aree di prioritario intervento, al fine di garantire la pace e la legalità internazionale, così come occuparsi della salvaguardia delle libere istituzioni nostrane, con compiti specifici in casi di straordinaria necessità ed urgenza. Che belle prospettive ci attendono (sic!).

martedì 1 dicembre 2015

3476. L'ottimo affare di privatizzare le guerre


La liberalizzazione del mercato della guerra risale al tempo di Bush jr. e ha avuto il suo punto di svolta con la guerra in Iraq nel 2003. Tra le principali aziende c'è l'inglese G4S con 6,8 miliardi il fatturato annuo e 620 mila i dipendenti globali, in pratica una multinazionale, che impiega 264mila dipendenti in Asia, 125mila in Africa, 57mila negli Usa e 64mila nella Ue, mentre solo 37 mila sono collocati nel Regno unito. Il 25percento del fatturato è generato dai servizi ai “governi” mentre solo il 5percento viene direttamente dai “consumatori”. La quota principale, il 29percento, proviene dai servizi alle grandi multinazionali e alle compagnie private, mercato anch’esso in rapida evoluzione soprattutto quando si tratta di sedi collocate in paesi a rischio.

martedì 26 maggio 2015

3142. Palmira, l'Isis e la scomparsa degli ibis eremiti


In una guerra gli umani pensano a salvarsi la pelle e di certo non si interessano a quattro pennuti, per quanto siano rari. Anzi probabilmente saranno finiti arrosto e poco importa se al mondo ne rimangono 500. Dispiace che nelle mani e nella menti delle persone ci sia tanta capacità distruttiva.

mercoledì 20 maggio 2015

3120. L'Italia continua a ripudiare la guerra, ma non a casa degli altri


L’Italia fornirà d’urgenza all’Egitto pezzi di ricambio per i suoi caccia F-16 impiegati negli attacchi aerei in Yemen e Libia. L’annuncio l’ha dato di sfuggita il ministro della Difesa Roberta Pinotti giovedì scorso, al termine dell’audizione sul Libro Bianco di fronte alle commissioni parlamentari riunite Esteri e Difesa, quando i parlamentari stavano ormai lasciando la sala e solo in pochi ci hanno fatto caso. Tra questi, alcuni esponenti di Cinquestelle, Sel e Alternativa Libera che hanno subito presentato un’interrogazione congiunta per avere chiarimenti.

venerdì 30 gennaio 2015

2903. Confermato ergastolo a due alti ufficiali delle milizie serbe per il genocidio di Srebrenica


Le uccisioni di massa non sono state prerogative dei nazisti, ma sono sempre dietro l'angolo, quando è in atto una guerra, anche nella civilissima Europa. Con il verdetto della Corte dell'Aja, dopo il giudizio storico, arriva anche quello penale nel definire un crimine contro l'umanità l'uccisione di circa 8000 musulmani bosniaci, uomini, donne e ragazzi, compiuta nel giro di pochi giorni da unità dell'esercito serbo, nel luglio del 1995.

mercoledì 7 gennaio 2015

2809. Charlie Hebdo



Quello che è successo a Parigi rappresenta un fatto enorme, perché non si può essere uccisi per aver espresso un opinione, almeno in Europa. Seppur forti, feroci e cattive, le vignette e la satira rappresentano quanto un paese sia considerato, almeno dal sottoscritto, vivibile. Non uso civile apposta, perché non sono interessato ad alimentare polemiche con il mondo arabo. Ognuno ha le proprie responsabilità in questa guerra che dura da ormai un millennio, ma se a rimetterci la vita sono dei disegnatori, allora la gravità della situazione appare fuori misura.

martedì 25 febbraio 2014

2261. Di come gli USA diminuiscono le spese militari e dei contractors


L'esercito americano torna ai livelli degli anni '30 per numero di militari. Ormai
la guerra la fanno più i droni che i marines, e per assicurare un futuro imperialista all'unica superpotenza rimasta, almeno sulla carta, è necessario qualche taglio e l'aumento dell'uso della tecnologia, con i famigerati F-35, of course.
Intanto i contractors, soldati di società private impiegati nei conflitti, non si comportano proprio in maniera corretta. Magari gli Stati Uniti pensano di usarli in altri scenari bellici; l'importante è che i militari Stelle e Strisce ne escano sempre puliti.

giovedì 16 gennaio 2014

2205. La Banca Centrale svizzera e le mine antiuomo


Il quotidiano Tages Anzeiger di Zurigo, dopo aver spulciato i dati della Sec statunitense, ha scoperto che l'istituto elvetico di emissione ha investito 690 milioni di dollari in azioni di fabbriche di armamenti, come Locked Martin, Alliant Techsystems e Babook & Wilcox, specializzate nella costruzione di bombe atomiche ma anche della Textron, che produce bombe a grappolo e mine anti-uomo. Loro sono neutrali, ma le guerre rimangono comunque un bel business.

domenica 17 novembre 2013

2138. I soldati che trafficano eroina



L’Afghanistan è tornato a essere il maggior produttore di eroina del mondo. È aumentata la coltivazione di oppio nelle regioni sotto il controllo della guerriglia talebana, ma anche nella provincia di Kabul sotto diretto controllo del governo centrale, dove la produzione è aumentata del 148percento. Che tutto ciò avvenga con la complicità passiva o attiva delle truppe Nato sembrerebbe scontato, ma i Governi fanno di tutto per negare. In prima fila quello italiano, ma anche quello canadese e inglese si comportano nel migliore dei modi: negando l’evidenza. Anche quando sotto i riflettori finisce la prima donna parà d’Italia, eroina nazionale che diventa eroinomane in caserma, viene infine arrestata e che in carcere denuncia il giro di droga tra i soldati reduci dell’Afghanistan. Il tutto termina con un nulla di fatto. Chissà quanti altri militari o ex sono diventati tossicodipendenti. Lo sapremo mai?

venerdì 12 luglio 2013

1927. Fare la giornalista freelance non è proprio il massimo

Ho letto il lungo e bello reportage di Francesca Borri, impegnata in Siria a raccontare i diversi aspetti di un conflitto che interessa a pochi, perchè gli editor vogliono il sangue e la morte, per il resto è meglio lasciar perdere.
La giornalista scrive che “la gente coltiva quest’immagine romantica del giornalista freelance che ha barattato la sicurezza dello stipendio fisso per la libertà di seguire quelle storie che l’affascinano di più. Ma noi non siamo affatto liberi; piuttosto, l’esatto contrario. La verità è che l’unico lavoro che oggi mi sia capitato è quello di trovarmi in Siria, dove non vuole andarci nessuno. E non si tratta neppure di Aleppo, per essere precisi; è la linea del fronte. Perché gli editor in Italia non chiedono altro che il sangue, gli scontri a fuoco. Io parlo degli Islamisti e della loro rete di servizi sociali, le radici del loro potere – un articolo decisamente più complesso da costruire di un racconto in prima linea. Mi arrovello per spiegare al meglio, non solo per commuovere, per colpire chi legge, e mi sento rispondere: “Cos’è 'sta roba? Seimila parole e non c’è nessun morto?” 

Forza Francesca, continua a scrivere di quello che credi importante. Prima o poi verrai ripagata per tutte le fatiche.

lunedì 10 giugno 2013

1842. Firmato il trattato per le armi convenzionali



Da idealista, poco pragmatico di natura almeno su certi temi, non so se
essere contento, parzialmente contento o deluso dalla firma del Trattato internazionale sul commercio di armi convenzionali. Si tratta del primo accordo vincolante che regola un mercato stimato in 85 miliardi di dollari. In calce ci sono già 67 firme, oltre un terzo dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite. Al momento i componenti permanenti del Consiglio di sicurezza che hanno sottoscritto il documento sono soltanto due: la Francia e la Gran Bretagna. Gli Stati Uniti, il più grande esportatore di armi al mondo, firmeranno il documento soltanto più avanti.
É un compromesso che esclude alcuni tipi di armamenti e dovrebbe impedire, almeno in teoria, il trasferimento di armi convenzionali che potrebbero essere usate per crimini di guerra e contro l'umanità. Speriamo in bene, ma temo per l’incontenibile avidità dei commercianti di armi, dei vari dittatori e dei troppi “rivoluzionari”.

mercoledì 5 giugno 2013

1824. L’avorio finanzia i guerriglieri congolesi



Triste storia del massacro degli elefanti per il prezioso avorio, fonte di denaro per alimentare l’attività dell’Esercito di Resistenza del Signore in Congo. Ora è difficile stabilire quanto questo movimento sia dalla parte dei buoni o dei cattivi, ma di certo è facile definire la loro strategia buona nel breve termine, pessima nel lungo, almeno che non pensino di vincere velocemente la loro guerra di liberazione.
Negli anni ’70 nel parco di Garamba c’erano 20mila elefanti. Oggi si stima che ce ne siano tra 1800 e 2500. Poveri noi.

mercoledì 17 aprile 2013

1717. I muri di Belfast



Sono passati quindici anni dalla firma degli accordi del Venerdì santo (10 aprile 1998) che misero fine a trent’anni di troubles fra unionisti protestanti e repubblicani cattolici, ma i “muri della pace” sono ancora tutti in piedi. Nessuna delle barriere che dividono le due comunità è stata distrutta, anzi ne sono sorte di nuove e qualcuna è stata anche sopraelevata, aggiungendo una rete metallica alla costruzione in mattoni e cemento. L’associazione Belfast Interface Project, che opera per il riavvicinamento fra cattolici e protestanti, ha censito 99 muri, segno tangibile che la riconciliazione è ancora molto lontana e che i cittadini si sentono più sicuri al riparo delle barriere, che da decenni li proteggono dai lanci di sassi, bottiglie e petardi della parte avversa. Opinione confermata da uno studio dell’università dell’Ulster: solo il 14 per cento degli abitanti dei quartieri a rischio è favorevole all’abbattimento dei peace walls. Una storia così travagliata chissà quando troverà pace.