Lo
ha ideato e condotto lo scienziato statunitense nel 1963,
all'indomani del processo contro il criminale nazista Adolf Eichmann,
con lo scopo di capire se e quanto fosse credibile la giustificazione
addotta dai torturatori dei lager, che sostenevano di essersi
limitati a eseguire ordini dei propri superiori. Giunse alla triste
conclusione che l'autorità aveva avuto la meglio contro gli
imperativi morali dei soggetti partecipanti, che imponevano loro di
non far del male al prossimo. La gente comune può diventare così
parte attiva di un processo distruttivo terribile: sono pochissime le
persone che hanno le risorse necessarie per resistere all'autorità.
A
mettere in discussione questi risultati ci ha provato il ricercatore
Matthew Hollander della University of Wisconsin. Lo psicologo ha
esaminato attentamente le registrazioni audio dell'esperimento,
analizzando le risposte dei partecipanti allo studio e scoprendo sei
modi diversi con cui i soggetti resistevano, o almeno ci provavano,
all'autorità di chi voleva convincerli a continuare con le
punizioni. "In effetti", continua Hollander, "la
maggioranza di essi crollava, rispettando gli ordini. Ma un buon
numero di persone ha resistito, usando le stesse modalità di
resistenza verbale di chi, alla fine, ha ceduto".
Lo
studio di queste differenze potrebbe essere cruciale per elaborare
strategie più generali per la resistenza all'autorità e la
prevenzione di comportamenti illegali o non etici.
Ma è davvero quello che chi ci governa vuole?
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